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Jennifer si scatena

[...]Paul aveva sempre bisogno di sensazioni forti perchè, pur sembrando un tipo leggero e insensibile a tutto, in realtà era uno che dentro si arrovellava l’anima nel ricordo della sua infanzia e per lui provare sensazioni forti, soprattutto di tipo sessuale, voleva dire riuscire a non pensare a nulla. Quegli incontri gli impedivano di far riemergere ricordi di un tempo passato che provocavano sofferenza e rancore.[...]

[...]Aveva sempre concepito quella della segretaria come una figura tutto fare, nella sua mente era però dispiaciuto che quella sua segretaria non fosse tanto bella da diventare per lui una vera tutto fare.[...]

[...]Il giorno dopo Paul arrivò in ufficio assieme a Jennifer, la donna era pronta a far pagare in qualche modo ad Elizabeth l’intrusione del parcheggio e così le organizzò un tranello; a metà mattina le ordinò di preparare il caffè e, nel momento in cui Elizabeth si trovò a portare il vassoio con tazze e zuccheriera pronta per servire, Jennifer le fece uno sgambetto e la povera ragazza rovesciò il caffè addosso a Paul e sul pavimento. Jennifer sgridò Elizabeth ad alta voce: «Sei una incompetente, non meriti assolutamente fiducia; com’è possibile che sia accaduto questo? Dovresti pensare di più a svolgere le tue mansioni di segretaria piuttosto che comportarti da guardona e impicciona. Ti ricordo che non sta a te intrometterti nella vita dei tuoi responsabili dopo l’orario di lavoro. Ora pulisci e prepara un nuovo caffè».[...]

Lo scapolo d’oro

[...]Paul era veramente un bell’uomo e come tale attirava l’attenzione delle donne, quelle che per qualche motivo arrivavano a conoscerlo se ne invaghivano sempre, ma Elizabeth non amava questo tipo d’uomo, a parer suo molto leggero e di poca sostanza.[...]

[...]Per la sua mansione di segretaria Elizabeth dovette stare sempre gomito a gomito con i due; così si accorse che Jennifer guardava male ogni donna che Paul incontrava e ogni volta che qualche donna era stata in riunione assieme al suo amante senza che anche lei ci fosse, Jennifer entrava poi nella sala riunioni, a incontro terminato, per controllare che non ci fossero appuntamenti pericolosi in agenda e il libro, di abitudine, veniva lasciato sul tavolo.   Elizabeth cercò di non dare retta alla tentazione dispettosa di nascondere l’agenda, ma, per far disperare Jennifer e per passare per una segretaria inefficiente che spostava le cose e non sapeva dove le avesse messe, decise di cambiare spesso posto all’agenda degli appuntamenti. Jennifer non gradì assolutamente la cosa e, ignara del giochino, pensò che la segretaria fosse inefficiente, ma non poté farsi vedere arrabbiata alla continua ricerca del libro perché sarebbe stata smascherata e Paul non avrebbe gradito un controllo assiduo della sua vita da parte della sua amante.[...]

La presentazione

[...]Paul si avvicinò ad Elizabeth, che già aveva cominciato ad aprire alcuni cassetti per cercare di sistemarsi: «Di solito delle assunzioni me ne occupo io e, a volte, mio padre; ma so che questa volta è stata un’agenzia a fare il colloquio e così mi piacerebbe parlare un pò con te. Sono curioso, mi piacerebbe sapere come mai tu abbia deciso di partecipare alla selezione e abbia poi accettato di occupare il posto». Elizabeth lo guardò: «Avevo soprattutto bisogno di guadagnare, le mansioni mi sembravano belle e adatte a me», gli rispose; ma dentro di sé sapeva di averlo fatto perchè le piacevano le sfide e questa sarebbe stata una sfida con sé stessa[...]

[...]Elizabeth suonò il campanello e James aprì; era vestito in modo informale, indossava la tuta da ginnastica, quando le aprì la porta lei si trovò di fronte un bellissimo uomo in piena forma e sorridente, un sorriso che conquistava e la invitò ad entrare. Elizabeth si impose di non dimostrare soggezione e, notando che l’uomo le si rivolgeva con un certo distacco, gli disse: «Per una vera collaborazione penso che sia importante creare un rapporto basato sulla fiducia. Credo anche che James sia un nome troppo lungo e che faccia troppo vecchio, preferisco chiamarti J, semplicemente».[...]

[...]Infine Elizabeth gli fece una richiesta: «La prossima volta che ci incontreremo, dopo che ti avrò dettagliato cosa sia accaduto in oreficeria, tu suonerai e io canterò per te. Adoro cantare, mia madre cantava e ho ereditato da lei la voce». «Cosa ti fa pensare che ci potrebbe essere un altro incontro tra noi? Sto ancora valutando se ho fatto la scelta giusta», le disse lui ridendo nel vederla così sicura di sé: «Ancora non ho capito se sei la ragazza giusta per la posizione che stai ricoprendo e stai già pensando ai nostri prossimi incontri?!».  «Sono sicuramente la persona giusta e te ne accorgerai col tempo!». James rise ancora, sguaiatamente[...]

Il primo giorno

«Eccomi arrivata», Elizabeth annusò l’aria e sorrise, assaporò l’aria di Londra bella e dinamica, sorrise a sé stessa. Aveva con sé un borsone, conteneva tutte le sue cose e quasi non riusciva a sollevarlo, come se fosse un suo fedele amico parlò all’ingombrante bagaglio: «Sei veramente pesante, tra me e te facciamo proprio una bella coppia, sembriamo due balene!». La ragazza era alta un metro e ottanta centimetri e pesava abbondantemente più di centodieci chili, non passava certo inosservata data la stazza, inoltre portava i capelli con taglio a spazzola, con una piccola cresta, li aveva tinti color giallo canarino, non biondi ma proprio giallo e quello la rendeva ancora più visibile, decisamente vistosa. La sua filosofia di vita era semplice, non importava che vestito una persona portasse o che corpo avesse, se una persona valeva era perché aveva capacità che andavano al di là dell’apparenza.[...]

[...]Decise di spostarsi per la città usando prevalentemente le proprie gambe poiché non aveva né lavoro né molto denaro, scelse di dormire in ostello e si mise subito alla ricerca di un’occupazione retribuita. Cominciò col cercare un lavoro ad alto livello, ma il mercato non le offrì poi molto, in quel momento c’era richiesta di commesse e segretarie.[...]

[...]Si lamentò di essere stata scartata per via della foto: «Non ci si comporta così, siete stati scorretti». Sentendo del brusio dalla porta della stanza d’albergo uscì un uomo di quarantacinque anni, un bell’uomo davvero, alto un metro e novanta, il fisico atletico, il viso interessante con naso affilato e sorriso smagliante, gli occhi blu vispi e penetranti. Chiese cosa stesse succedendo, la voce era bassa, il tono profondo e sensuale, le si avvicinò:  «Signorina, cosa c’è che non va?». Elizabeth rispose prontamente: «Se voi siete la persona che ha pubblicato l’annuncio di lavoro, probabilmente state facendo un errore scartandomi a priori; sono io la persona che state cercando, una persona in gamba e di fiducia».

L’uomo non parlò per qualche istante, ma la guardò solamente e poi la invitò a fare il colloquio e si presentò:  «Il mio nome è James Winther». Lei sorrise: «Il mio nome invece è Nicole Elizabeth Mary Ann Reed.». L’uomo sorrise: «Complimenti, non ho mai conosciuto una persona con così tanti nomi, quale usa di solito?». Lei: «Elizabeth, quando sono in Inghilterra».[...]